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Archivio per la categoria ‘Racconti’

Un istante prima

11 settembre 2006 2 commenti

Un attimo solo, esattamente un istante prima che tutto accadesse

Due bambini con gli occhiali spessi ascoltavano estasiati il Vivaldi degli studenti ungheresi in campo San Salvador, Continua a leggere…

Categories: Racconti

La Terra Fredda

Anche quella rigida mattina di febbraio lasciò il tempio per recarsi alla grande quercia. Misurava il sentiero, passo dopo passo, nella luce incolore tra le alte file dei cipressi. Un vento umido e tagliente scendeva dalle pendici della montagna, a Nord, e scuoteva le pieghe della tunica sacerdotale, color crema. Tacevano i fiori, riposavano i campi: solo il corvo viveva quei ruvidi giorni – solo un corvo a cercare tra i rami neri e lucidi di pioggia, tra le fessure e le pieghe della terra fredda.

Anche quella mattina si arrestò sotto la quercia, immobile, ad osservare la geometria dei campi, che Dio e gli uomini avevano voluto. Sull’espressione tesa e contratta del volto si specchiava il gioco frastagliato delle zolle.

Poi, come un fremito. Il corvo si levò in volo ed un fremito attraversò il suo corpo. Gli occhi si levarono spontanei, quasi a cercare una segreta corrispondenza tra quel fremito, il volo e il vello fumoso del cielo. Niente.

Il cielo nulla diceva della terra. Nessuno squarcio parlava alla terra né rompeva quel silenzio funesto. Come velata, l’infinita potenza divina taceva del destino degli uomini. Niente.

Solo, nell’aria gelida, Dodlus invocava il fuoco, che riscaldasse la terra, fecondasse i campi e ponesse fine al lungo inverno.

Dio e la geometria… il mistero di un segreto rapporto!

Per quanti giorni ancora i campi ghiacciati dell’inverno sarebbero rimasti muti sotto la volta infinita del cielo – quanti giorni ancora di rigida insofferenza? Non era altro che sopportazione quel contemplare – un crescente nervosismo si accumulava serpeggiando.

Le spalle si contrassero, e l’orecchio si tese su un silenzio abissale… ancora un fremito. Questa volta levò come i pugni al cielo, imprecò, si ritrasse: la cieca sofferenza riarsa, assetata, invocava la vita. Quanti mesi ancora pregando, sopportando, soffrendo – nell’attesa che venisse una voce, una luce? Abbassò gli occhi sui suoi sandali, disperato, quasi pentito. Ma ormai era troppo tardi: aveva visto.

Aveva visto due figure massicce stagliarsi a pochi metri da lui. Una vampata: il gelo aveva avvolto le sue membra. Il corvo aveva gracchiato, sopra la quercia, aveva gridato, incendiato la sua gola e i vermi – i vermi avevano come strisciato per un solo istante, tutti i vermi della terra sotto i suoi piedi, un fruscio brulicante e diffuso. Un colpo di vento. Caldo, freddo. E poi: silenzio.

Tutto era di nuovo come sospeso, immobile. Ma era come se una spada l’avesse trafitto. L’atmosfera si era incendiata di una luce viola ed arancio. Alzò ancora gli occhi, lentamente: due figure nere e viola, contro l’incendio del cielo.

L’inverno non sarebbe stato mai più lo stesso.

Categories: Racconti

Il Lupo, il Cigno e ciò che ne consegue

I

Lo stendersi immoto della linea- da qui, fin dove la vedi. Già da sempre un corpo si protende, sul piano consistente dell’orizzonte, e sta: un comporsi puro di percezioni, dal crepuscolo bianco all’epidermide, che vibra, e si contrae- il diaframma. Si tendono i tratti del volto, e le orecchie. Il muso si allunga E contempla Il destino dei passi a venire. E’ l’inarcarsi del busto e della criniera brunita- E’ un farsi freccia della pupilla rubino.

Chi sei?- sono (è Fenrir).Quanti uomini hai conosciuto?- nessuno (ma migliaia d’anime tormentarono i suoi sogni). E quante donne hai incontrato?– due (salutò la Madre, divorò la Bestia). Dove vai?– vado.

Un corpo si protende, sull’orizzonte, e va. E questo andare è il manifestarsi della luminosa necessità di sé. Quale rivelazione, le cose (tutte le cose) se ne stanno rispetto a nient’altro che al proprio stare: l’alienazione si assolve della negatività di ogni abbandono e schizza nell’immanenza dell’orizzontale… Perché la purissima eliminazione dell’Impossibile / Conduce a ciò che si è sempre rifiutato. / Altrimenti non si spiegherebbe perché / Solo di rado / Si riesce a volere ciò che si vuole.

Vedrai ogni limite / Mentre scivola in ogni direzione / Sul presupposto da cui si staglia- / Così come / L’infinita potenzialità di tutto ciò che potresti essere / Ti pianta come un chiodo sul suolo dove muovi i tuoi passi. (Oggi farà pure nuvolo, ma Lui ci sta da sempre appresso).

Un vibrare metallico, sull’altipiano di sassi, dietro il dosso. A cadenza regolare, si ripete e ritorna. Il verde profondo dei cespugli, le vene dei tronchi, i sassi. Un corrispondersi geometrico nella luce diffusa- forse appena un fruscio a distrarre l’atmosfera: è l’ala di una civetta, o la presenza di un asino, che disegna i contorni dell’albero antico, e del suo tronco fiorito di lattee macerie- scudi scheletri stracci- ancora sassi.

Un ritmico vibrare: la sua eco nel silenzio grigio dell’altipiano. Un andare di passi: ogni orma non ha memoria della precedente, perché mai ti voltasti. Dietro di te ogni demone è spento- dietro di te: solo il tuo passato (ma ciò che è passato è perfetto). Si volta chi ha paura- e chi ha paura chiede consiglio (“dove porta la strada?”)- la paura è come una lama, che biforca il sentiero, e lo sfilaccia in mille rigagnoli- e la volontà ti si fa arabesco mortale, un tetro carnevale.

Ma alla fine puoi sempre scrollarti di te, e proseguire diritto (mi sovviene di Orfeo)- perché hai questo tuo corpo che ti sostiene come il pensiero più pesante. E la riflessione dimentica l’isolamento, e si richiude immediato il circolo, a tangere la retta (di profondità ne hai fin troppa, devi solo distenderla). Lo stare della retta, di qui sin dove la vedi. Un comporsi di forze, un andare di passi- scheletri d’uomini sull’altipiano di sassi. Batte l’inquietudine, e si contraggono le labbra. Una luce incolore scende sul volto, e vi fissa i lineamenti, i peli della barba. Ma già sale il respiro dalle narici, il sorriso immobile degli zigomi.

II

Un corpo va. E già cento volte l’ha sentito vibrare, l’altipiano- dietro il dosso. Ora c’è anche la parabola di un piccone, una buca circolare, e un uomo grigio e teso nello sforzo. Numerose altre buche tutt’intorno, che forse altrettanti uomini hanno scavato. Ti avvicini, l’uomo si volta. E con la sua voce roca, racconta: “Ancora sento il solenne canto / Il perenne pianto della torre antica / E la fede sincera della vana preghiera / Ancor odo l’invito del cielo / Lo zelo e il lavoro / Per ficcarne lo stelo nell’oro / E vedo ancora la verticale / L’ascesa infinita dalla terra mortale / Per poggiarla alla volta regale…

Così ti bestemmio, Dio onnipotente / E il mio petto si pente / Se il tuo dito l’accusa / Ma qual nuova scusa / Per ridarmi la fede / Per bagnare d’Amore / Ciò che l’occhio ora vede?

Strappato ormai il velo / Richiusa la volta del cielo / Fattasi sfera che incombe / Non spera più l’occhio la luce / Solo sera a portare le ombre- / Sprofonda lo stelo Dell’antica torre.

E allora fu abisso / Risucchio e poro / Niente più oro ma arida terra / Negl’occhi le unghie i denti / Una notte passata a scavare / Tra oblio rabbia e tormenti / Una guerra infinita senz’altro vedere / Che le icone tristi de l’Idea- / La Legge e il Potere.

Straniero t’ho detto / Cosa ottenne chi volle potere / Essere insieme la mano che regge / E colui che ne è retto- / Furon costoro la spada che uccide / E colui che ne muore. / Straniero, è un onore / Vederti viaggiare a sì lunga distanza / Dalla macabra danza / Che prima fu oro Poi sottosuolo.”

(Non saprai mai dove giungono le tue radici, tanto è profondo il loro fittone).

La linea si stende sul piano- sul piano dell’orizzonte un corpo va, sulla linea. E due uomini seduti su un pozzo, a lato della strada, aspettano.

- Fratello, gran gioia io provo Sorge il giorno novo…

- Inondaci Febo del tuo prodigo oro!

- Nel seno di Cerere lievemente mi moro!

- Mattutina brezza, placida carezza!

- Alla vita io ritorno, buongiorno!

- …

- …

- E talvolta il buongiorno è visibile sin dal mattino…

- …

- …

- Il quale ha notoriamente l’oro in bocca…

- …

- …

- Beh, a chi tocca?

- No Ciccio, così non può andare… non funziona!

- Cosa, fratello?

- Queste menzogne.

- Quali menzogne?

- Guarda un po’ Ciccio.. abbiamo i piedi gelati, siamo bagnati fradici…

- Non mangiamo da giorni…

- Non ci laviamo da settimane…

- Non ridiamo da mesi…

- Siamo tesi.

- Stressati.

- Ci vorrebbe una vacanza.

- Un viaggio.

- Una canna.

- Tieni qua, fa’ sta canna.

- …

- …

- …

- …

- Beh, ora che si fa?

- Si sta…

- Come le foglie d’autunno sugli alberi.

- Non essere sempre così negativo, fratello.

- Buio e tristezza è la vita.

- T’ha pigliato male fratello… ma guarda la natura, il cielo, il sole…

- Il sole è nero Ciccio.

- Prega Dio…

- Pare che sia morto.

- Rivolgiti alla gioia dell’essere, fratello…

- L’essere è nulla.

- Il nulla è nulla, eterna brilla la luce dell’essere!

- La lampada è spenta Ciccio.

- Accendila Fratè.

- Nihil ex nihilo fit.

- Domani è un altro giorno, fratè.

- Passano pure i giorni, ma non ci vedo la differenza…

- Passano i giorni e tu non ci trovi la differanza…

- …

- Toh , guarda fratello, un lupo!

- E’ Fenrir.

- Chiediamogli dove va.

- Va.

- E perché va?

- Vorrà tenersi in forma.

- E va…

- Va.

- A che pro? Quo vadit? Qui prodest?

- Chiedigli.

- Non ci ho il coraggio, fratello.

- …

- …

- Toh guarda, un lupo!

- L’hai già detto Ciccio.

- Qual maestosa possanza!

- Non lo metto in dubbio.

- Che terribile sguardo!

- Il a vu le loup…

- Abiit in deserta et transfiguratus est in lupum !

- Um Elfe kommen die Wolfe, um Zwolfe bricht das Gewolbe…

III

Qui da sempre la linea, lì lo stagno. Al di là dello stagno il tuo corpo si fa paesaggio. Allora il tuo occhio è come un golfo per gli idoli, e ti si disfa la superficie, come quella di un frutto marcito (si sfilaccia nei contorni, nella cornice, e oltre). Un soggetto si fa dispersione, e si tradisce ritornando a sé (è la parabola dell’isolamento). Ecco che ti vedi accadere, e la tua volontà si aliena come un rigagnolo tra le maglie e le reti di ogni apparenza. In quel silenzio macabro la coscienza è un fardello inutile e pesante, che porti avanti fino in fondo (quale fondo?).

Qui il sentiero, lì lo stagno, e un uomo più antico delle rocce d’intorno: è accasciato su un fianco, una barba cinerea scende dal cranio pelato, fino a terra, dove il braccio non sa raggiungere un grande pacco consunto- un uomo proteso che non arriva neppure alle sue mani. E’ lo stagno di Narciso, il cerchio perfetto dove riflettersi. Ecco lì quel cigno di pietra:

“I vostri sensi rapiti / Han rapito le mie parole,  / Sottratte e saccheggiate. / Non che ve ne abbia a male, / Perchè voi non esistete / Se non come fantasmi- / Siete solo in me / Il riflesso di un’assenza / (Io sono l’alienato)…

A volte è tutto così irreale / Che se ne avessi la forza / Potrei squarciarlo come un velo / (Io sono l’allucinato)…

Dentro c’ho come un palo, che mi entra / Dal cavo orale, discende nel ventre E/  attraverso l’ano / Va a piantarsi su un terreno arido- / (Io sono il sodomizzato)…

Dentro c’ho un fiore malsano, / E questa rosa venefica / Io devo schiacciarla / Fin che se ne senta il tanfo putrido- / (Io sono l’abbandonato)…

Io resto sempre indietro / E non so perché / Da migliaia d’anni / Mi trascino questo pacco inutile / Che mi ha reso così pesante”…

Esce un satiro, da un cespuglio:

- Un applauso! Bravo! Veramente commuovente, Narcisino mio… ma adesso ti ci vuole proprio un po’ di moto! Dimentica quel pacco, che andiamo un po’ a sgranchirci… il bosco è pieno di Ninfe!

- Per pietà, sai che non posso venire… il destino mi assegnò questo pacco fino alla fine dei miei giorni…

- Almeno tu sapessi cosa contiene…mio povero e grande onanista, hai messo su le radici?

- Non ti burlar di me, ignobile buffone. Dovresti aver pietà del destino tremendo che ebbi in sorte…

- Non ci pensare più, mio caro efebo… esci da quella tua gonorrea! Vieni, giochiamo a rincorrere Fenrir! Vieni con me, e danza! Dai, così! Quale delizia vederti sbatacchiare il culo come una vecchia bagascia! Danza!

- Ora basta, lasciami andare…

- Di che hai paura Narcisino? Di cascar giù nello stagno? Mal che ti vada ti chiamerò Glauco, come il dio del mare! Anche tu Fenrir, sorridi una buona volta! Non startene lì con quel muso lungo, che non fa per te! Dì qualcosa di arguto, mio caro conte Fenrir, che poi ce la ridiamo, come ai bei vecchi tempi… non ti sarai mica dimenticato di quel gentleman che eri?

(Certo, il suo sguardo di freccia non abbandona neppure l’abbandono- ma questa palude è solo una tangenza, e percorrerne le sponde è solo un istante, è un movimento a velocità infinita.)

IV

Un andare di passi, sulla linea, fin dove la vedi. E dalla sommità di una colonna, un uomo che dice di sé:

“Io sono il pensiero di uno che pensa “Perché non potrei lasciarle galleggiare le cose, invece di tirarle giù al minimo soffio di parabola?”- Uomo che erra, ti attendo, ti comprendo e ti saluto.

Noi siamo uno, ma è come se per parlare di noi fosse necessario rappresentarci- e ognuno recita la sua parte nella penombra di questo teatro. Io disegno fiori e alberi nel cielo, mi appendo alle radici, mi ci aggrappo. E voi- voi siete i fiori della fioritura universale. Stiamo assieme come le scaglie, come la mutevole difformità del terreno (incontrarsi è altra cosa, è una baia, è il filo sottile di uno sguardo).

Ma c’è come un buco, un baratro in mezzo a noi. C’è un grande imbuto fra me e voi, sul piano nomade dove esistiamo. Soffia come un vento putrido dietro il velo delle nostre gentilezze- un vento putrido di morte dietro di noi e tra di noi- a partire dai nostri stomaci, per prendere l’intestino, gli arti, la gola e le tempie. C’è come un collasso nel nostro sentire, nel nostro sentirci legati assieme. C’è come un’assenza, un vuoto, un venir meno del terreno che abitiamo. C’è una burella che minaccia ogni volta il fluttuare pacifico del nostro tenerci legati assieme. C’è uno scivolo, una frana, un risucchio, un collasso- proprio nel mezzo del territorio su cui ci rispecchiamo. E’ una mano nera- la mano dell’odio- come un quadrato nero su questo sfondo di lattice- una grande paura che minaccia di risucchiarci ogni volta che stiamo assieme…

Ma la fissità della tua abitudine anale si è fatta lineare, passando per l’intestino e per l’esofago, e si è estraniata spingendosi fuori di questo silenzio. E non ci sarebbe da stupirsi se, il farsi esterno dell’interno che si cerca, altro non fosse che la perennità di un cerchio. Hai già intersecato la verticale presuntuosa e vile. Hai già saputo l’irrealtà dell’esistenza di ogni chiodo virtuale. Ma hai anche saputo la realtà dell’esistenza della sua virtualità, che ti fissa al tuo destino alludendo a tutto ciò che non sei.

Al centesimo passo ti attende ogni volta Narciso, e ti invita a cercare i peli rossi della tua barba nello stagno malinconico. Ma Narciso illude ogni parabola trascendente, e la rende cosciente di sé specchiandola sulla cappa cerulea del cielo. L’immagine riflessa è un sorriso di vanità, una lacrima di autocompassione che ti rende secco arido e pesante, e ti fa cadere giù da dove non eri mai salito (perché eri solo un segmento o un’escrescenza). Non che il cosmo sia ingiusto, ma che l’uomo erra. Diversamente, la sua radice ne morrebbe.

Ho sognato un cigno, l’ho visti trasformarsi in lupi, una molteplicità di lupi, un miriade di pori, e un solo piano- non riuscirò a dimenticarlo. C’erano crepe in tutte le cose, e la bestia lucifera inghiottì il sole del crepuscolo. (Si farà anche nebbia tutt’intorno, ma basta che tu sia degno di ciò che ti accade)”.

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